Bolzano e "i molas" (in allestimento)

Foto relative alla conferenza "I MOLAS" - cavatori di pietre di Tisoi, Libano e Bolzano Bellunese - tenuta all'Asilo Dartora di Bolzano Bellunese venerdì 27 maggio 2005.
Relatore Gianni De Vecchi con introduzione di Gino Tramontin
 

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la ricerche che segue è tratta dal Quaderno 17 - UOMINI E PIETRE NELLA MONTAGNA BELLUNESE a cura di Daniela Perco - Museo Etnografico della Provincia di Belluno - Belluno 2002
 
Gianni De Vecchi
 
LE CAVE DI PIETRA MOLARE (BUSE MòLE) E I MOLàS di TISOI, LIBANO E BOLZANO BELLUNESE
 
Dislocazione delle buse mòle
 
    Nella zona compresa tra Libàno, Tisòi e Bolzano Bellunese (in comune di Sedico la prima località e di Belluno le altre due) per secoli fiorì l'attività dell'estrazione e lavorazione della pietra arenaria per ricavarne le mole atte ad affilare armi bianche, strumenti appuntiti e da taglio.
    La coltivazione, di tali giacimenti nelle località di Valdantre (lett. "valle degli antri", dove c'erano le cave più antiche e diroccate), Costalunga, Narda, Bez, Collungo (in dialetto Corlonch, a Le Càlunighe), in comune di Belluno, e i Cònch, in comune di Sedico, si può senza dubbio collocare in tempi assai antichi, basandosi sulla lunghezza delle gallerie scavate con sistemi manuali fin verso il 1942.
    E quindi, se nelle rappresentazioni iconografiche dei secoli passati compaiono mole ad acqua che servivano ad affilare le armi bianche, possiamo ragionevolmente sostenere che provenissero dalle località precedentemente citate.
    Secondo i proprietari delle cave, questi giacimenti erano i più importanti in Italia e sicuramente quelli che fornivano la pietra arenaria di migliore qualità. Molto più tardi vennero aperte delle cave a Sarnico, in provincia di Bergamo, ma le mole ivi estratte erano di qualità scadente e le bellunesi furono sempre le preferite.
    Secondo la tradizione orale la prima cava era probabilmente a cielo aperto. Il suo sfruttamento sembra essere iniziato già in epoca romana.
    Un tempo le Buse appartenevano ai proprietari dei terreni soprastanti e si identificavano dal nome, o soprannome, delle famiglie che ne erano titolari; così c'erano quelli dei Poi (Da Rold), dei Roldi, dei Tinàgre, dei Thérvo (Cervo), dei Tieda (Rosso), dei Borghèi (Da Rold), dei Luchèt, dei Funés, dei Giozèt, dei Botèr (Dell'Agostìn), degli Archìs, dei Càndaten, ecc.
    Una era poi detta la Descuèrta perché a cielo aperto.
 
I molàs e i loro attrezzi
 
Addetti all'estrazione e alla lavorazione dell'arenaria erano i molàs, operai di grande abilità che avevano affinato la loro tecnica nel corso dei secoli, tramandandosi di generazione in generazione i segreti di questa faticosa "arte" che richiedeva non comuni capacità di valutazione. Quando ancora tutti i molàs lavoravano artigianalmente in proprio, mentre alcuni di essi, detti i càvadori, entravano nelle gallerie (due per ciascuna) per eseguire la taiàda (tagliare la pietra della parete frontale), gli altri restavano all'esterno a costruire le mole.
Ciascun cavatore era in società con 3-4 molàs che lavoravano "a metà" con lui; in pratica, poiché egli procurava loro la materia prima, aveva diritto alla metà di quanto si ricavava dalla vendita del prodotto finito, mentre i suoi soci, addetti a costruire le mole all'esterno, si dividevano l'altra metà. Probabilmente, con questo migliore trattamento, si compensava la maggiore pericolosità del lavoro e il rischio di contrarre più facilmente la pussiéra (silicosi) da parte di chi svolgeva la sua attività all'interno delle cave.
Ogni molàs aveva i suoi attrezzi, i più importanti dei quali erano il mai, la maiòla, e la patirlòca, simili a picconi anche se più piccoli, la mathia (sorta di martello), il thérthen (compasso), i conc' (cunei). Poichè tali attrezzi dovevano essere sempre perfettamente funzionanti, all'occorrenza i molàs diventavano anche fabbri per spizarghe le pònte ai mai (rifare aguzze le punte) e rendere taglienti maiòla e patirlòca, operazioni che effettuavano sul posto di lavoro usando la forgia (e chi ricorreva a quella di un compagno, pagava a quest'ultimo un "affitto").
Il mai, molto usato per sgrezzare i pezzi o scavare la pietra, assomigliava ad un piccone ed aveva entrambre le estremità di ferro appuntite; ogni molàs ne aveva più d'uno di diverso peso e grandezza; ad esempio quello  usato per sgrossàr via (prima lavorazione) aveva le punte più grosse. La partirlòca si differenziava  dal mai perchè le due estremità terminavano con una specie di scalpello di ferro sottile, tagliente come una lama ed elastico; veniva usata per i lavori di rifinitura delle mole, compresi gli abbellimenti, operazione che in gergo era detta ongiàr (forse perchè ciascun scalpello assomigliava ad un'unghia).
La maiòla, che veniva usata prima dei lavori di finitura delle mole, era simile ad un piccone con le due estremità, di ferro, diverse tra loro: una infatti terminava con una sorta di scalpello tagliente simile a quello della patirlòca e l'altra con una specie di testa usata per squadrare la pietra.
La mathìa era una sorta di martello; veniva usata per conficcare nella pietra i conc'. Questi ultimi, di ferro, erano di varie lunghezze e dimensioni a seconda del loro uso: più lunghi e pesanti per la taiàda, più corti se lo spessore della pietra da tagliare era di pochi centimetri.
Per ottenere mole perfettamente rotonde, i molàs usavano il thérthen, rudimentale compasso ricavato da un robusto ramo di nocciolo fatto a forcella e provvisto a un'estremità di un chiodo che, durante la rotazione, lasciava il segno. Un sacolét di salét (rametto ritorto in salice), teso, legava assieme i due bracci del compasso, che, una volta stabilita l'apertura, dovevano mantenere costante la distanza tra loro.
 
 
 
 
 
 
segue...
Poesia di Gino Tramontin
 
Papà son qua, stuf,
davanti a la to tonba de piera
e no me son ancora rasegnà
che te sie la sot,
mort sofegà da la piera.
La piera  la te ha copà.
 
La piera
che ti te avèa fat a tochèt,
che ti te avèa spacà,
la stessa piera, co la so pussiera,
la te ha copà,
la te ha fat morir sofegà.
 
Ti te era come na solva
Che sbusèa anca la montagna pì granda,
no te ha avest conpassion de la piera,
te la ha maltratàda,
e ela co'l so fun,
co la so maledèta pussiera
la te ha fat deventar i polmoi de piera.
Ti te la ha maltratada
E ela la se ha vendicà,
la te ha fat morir sofegà.
 
Papà son stuf, e ti te'l sa,
parché no podarò pì con ti parlar,
ma son content che te sie la sot
parchè no podèe pì soportar
che 'n on come ti
che podèa spacar le montagne
vivesse come an poregramo
che fèa fadiga solo a respirar.
 
Me se strendèa al cor
véderte strussiar su par quela stradèla
co la to barèla pena de redici
par quei quatro cunici che te avèa arlevà.
 
Ti che no te avèa paura de nissun,
che'l laoro l'era la to passion,
la vita stessa,
adès inveze te me fèa conpassion
pensar e veder,
come che la piera la pol tirar an òn.
 
Ciao, papà,
dormi in pace e polsa,
noi no podaron pì desmentegarte,
ti che te ha fat galerie da ogni parte
te ghe ne ha fat una anca in fondo al nostro cor.
 
Par noi te se mort,
par darne na vita meio de quèla che te ha fat,
e quando saron vèci anca noi
ghe contaron ai nostri fioi
chi che te era
e quel che te ha strusià,
quel che te ha fat la piera
e cussì i savarà la storia vera
de 'n òn bon,
mort sofegà da la pussiera.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
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