Mostra di quadri di Italo Casagrande (1923 - 2003)








  Discorso di apertura della mostra di Quadri di Italo Casagrande.

Tutti in questo paese conoscevano mio zio Italo Casagrande, classe 1923, primo di 9 figli. Italo era apprezzato come imbianchino e decoratore, e pochi - forse pochissimi - lo hanno conosciuto come artista. C'è da dire che, fin dalle scuole elementari, la sua maestra aveva notato ed apprezzato la sua abilità di disegnatore.

Tanto è vero che la maestra Frescura, una istituzione della scuola di questo paese, persona che di disegno e di pittura se ne intendeva bene, poichè anche lei era pittrice - soprattutto di miniature - lo aveva sempre incoraggiato a non abbandonare il disegno ed i colori perchè vedeva in lui - come più volte ha manifestato - la promessa per uno sviluppo artistico di sicuro avvenire.

Vi racconto un aneddoto.

Quando suo fratello più piccolo Roberto inseriva nel quaderno di casa un disegno la maestra, che era stata anche sua insegnante e che ricordava bene lo scolaro Italo dopo aver messo il voto a Roberto, aggiungeva una nota - riconoscendo il tratto del fratello maggiore :

"Bravo Italo, ti raccomando, continua così e non abbandonare i colori e il disegno"

Terminata la scuola, come tutti i ragazzi figli di operai e contadini, fu avviato al lavoro. Non c'erano le possibilità di mandarlo ad una scuola d'arte, così come aveva suggerito e raccomandato la sua maestra. Iniziò così il suo lavoro come apprendista presso la bottega di un artigiano imbianchino. Imparò presto quel lavoro e, in pochi anni, diventò un imbianchino provetto che non si limitava solo a dare il colore, ma aggiungeva qualche tocco di fantasia e abilità propri del decoratore. E questo veniva spesso e volentieri apprezzato dal committente.

Ecco un altro aneddoto.

In questo periodo - per passatempo ma anche per passione - aveva dipinto sulla parete del giroscale di casa una grande aquila con le ali dispiegate pronta ad aggredire la preda . Mentre nella camera da letto dei fratellini aveva dipinto, su di una parete, la figura a grandezza naturale di San Giorgio con il drago dalla lingua di fuoco. Due grandi soggetti che intimorivano non poco i suoi fratellini minori, tanto erano realiste.

Verso i vent'anni - come tutti i suoi coetanei - fu chiamato a sbrigare il servizio di leva come alpino. Inizia così un lungo periodo di militare che doveva durare fino alla fine della guerra. Ritornato agli abiti borghesi, giovanotto ormai maturo, era tempo di cercare un impiego stabile e duraturo. Purtoppo non si presentarono occasioni di lavoro e allora la scelta per lui, come per molti altri giovani, fu quella di andare all'estero. Iniziava la vita dell'emigrante. Una vita dura, piena di sacrifici, ma soprattutto di frustrazioni e umiliazioni. Uno stato d'animo sempre in balia della nostalgia, della tristezza e a volte della solitudine. Quando non c'è integrazione sociale nel luogo dove si vive e non si partecipa alla vita attiva della comunità si è soli ed isolati. Fu in questo periodo che Italo si dedicò con costanza e passione all'arte. Quasi tutti i quadri che potete vedere sono stati eseguiti proprio nel periodo di Italo - immigrato.

Pensate che era riuscito a trovare, attraverso la pittura, un modo per superare la sua angoscia personale, tratto comune del resto a tutti gli emigranti.

Era infatti dedicandosi alla sua passione che ritrovava lo spirito di un uomo vivo e la forza di sopportare la fatica del lavoro quotidiano.

Durante l'estate quasi tutti gli immigranti tornavano in Italia per un periodo di ferie, e così anche Italo faceva ritorno a Gioz. Fu proprio in una di queste vacanze che un giorno incontrò - all'uscita della chiesa di san Rocco - la vecchia maestra Frescura. Si salutarono calorosamente. Erano trascorsi ormai parecchi anni, lei si era ritirata dalla scuola ma si ricordava - con estrema lucidità - quel suo scolaro e di quel talento che era in lui. Rimase dispiaciuta che Italo non aveva avuto la possibilità di coltivare quel grande talento che possedeva così naturalmente.

Passarono ancora degli anni e anche nel Bellunese - soprattutto dopo la tragedia del Vajont - il lavoro ebbe un forte incremento. Così molti degli emigranti ebbero l'opportunità di far ritorno ai loro paesi. Anche Italo lasciò la Svizzera e ritornò a Bolzano tra la sua gente. Continuò a lavorare come imbianchino e decoratore. I pennelli furono deposti in un cassetto e la tavolozza in un angolo della soffitta. Si era però sempre ripromesso di riprendere a dipingere, ma l'angoscia e la tensione del suo spirito - che lo avevano spinto in Svizzera a trovare nell'arte una temporanea serenità - si erano affievoliti. Non trovò più lo stimolo di riprendere in mano i pennelli, se non quelli da lavoro. A Belluno infatti non desiderava ricordare quel periodo, anche perchè non voleva guastare la ritrovata serenità.

Concludo ringraziando - da parte della famiglia Casagrande - voi tutti che siete presenti e chi ha supportato l'idea di questa mostra. Grazie. 
articolo tratto dal "Gazzettino"





 

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